Le prove contro l’ipotesi Preistorica

2018-03-05T17:06:48+00:00 05/03/2018|extra|0 Comments

Sulla stampa locale siciliana le tesi quì illustrate hanno suscitato varie polemiche causa l’originalità rispetto ad alcune mode new age. Definiamo la nostra teoria “eretico-riduzionistica” poiché confuta ogni possibile riconduzione del sito a ciclopi o giganti preistorici. Peggio ancora ridicolizza ogni spiegazione esoterica o aliena. Trattasi di sola medicina, che all’epoca, causa la forte influenza culturale islamica (Al Kindi, Thebit Ibn Qurra, Geber e Artefio, in particolare) miscelava tecniche per la creazione di statue e talismani riproducenti le costellazioni con l’alchimia, quest’ultima sempre proveniente dall’Oriente. Di seguito mettiamo in file le prove che confutano ogni possibile origine preistorica del sito. La sequenza di prove attesta, secondo noi, l’origine medievale del sito.

L.1 PROVE GEOLOGICHE

  1. La geologia delle rocce arenarie e dei conglomerati lavorati di sabbia e ciotoli inequivocabilmente molto friabili, attesta una data recente delle conformazioni simboliche. L’erosione avrebbe, in altre parole, già eroso le forme della Vergine piuttosto che dell’Aquila ove le forme antropomorfe o animali fossero state create in epoca preistorica. La geologia non fa risalire il periodo di realizzazione ad un’età più antica di quella storica e, segnatamente, medievale;

L.2 PROVE ARCHEOLOGICHE

  1. nei vari saggi di scavo archeologico sul sito non è stato ritrovato alcun resto preistorico. Sono state ritrovate varie testimonianze relative a presenze di epoca romana e medievale a causa del passagio dell’arteria intervalliva di collegamento con la strada romana che passava dall’Alcantara, collegava con Randazzo e con l’interno dell’isola;
  2. al di là della letteratura new age su piramidi e civiltà megalitiche, non esiste prova di capacità tecniche o conoscenze tecnologiche possedute da popolazioni preistoriche, almeno locali, al fine del sollevamento e della lavorazione dei grandi megaliti presenti sul siti

L.3 PROVE ASTRONOMICHE

  1. i megaliti sono simili o speculari a costellazioni catalogate (tranne il Sestante) da Tolomeo, in epoca ellenistica: le costellazioni dell’Argimusco non rappresentanto, dunque, costellazioni egizie, ma greco-caldee;
  2. non esiste prova di costellazioni di epoca egizia o peggio di epoca preistorica, ma solo di quelle caldee e successivamente di epoca ellenistica;
  3. le costellazioni tolomaiche, salvo quelle coperte dall’Etna, al tramonto del mese di giugno del 1.300, ma anche oggi, coincidono specularmente con i megaliti del sito dell’Argimusco, e si adagiano sopra di loro all’altezza dell’orizzonte nello stesso ordine e sequenza;

L.4 PROVE LOGICHE

  1. la probabilità statistica che dieci costellazioni su dieci presenti sull’orizzonte da est ad ovest del mese di giugno del 1300 siano specularmente simili a dieci megaliti presenti sul sito è, pressochè, pari a zero:
  2. la probabilità statistica che dieci costellazioni su dieci presenti sull’orizzonte da est ad ovest del mese di giugno del 1300 siano nello stesso ordine e stessa sequenza dei dieci megaliti simili sul sito (salvo le costellazioni coperte a sud dal profilo dell’Etna) è, pressochè, pari a zero;
  3. la probabilità statistica che accanto a quello che è inequivocabilmente il profilo di un’aquila vi siano proprio un serpente, un dardo e un cigno (così come in cielo e nelle leggende di Igino) o che accanto alla forma di una donna in preghiera (Vergine) vi sia proprio il profilo di un uomo (Ofiuco), che è a sua volta vicino alla forma di un serpente, di un leone e di un corvo, esattamente come in cielo, è pressochè pari a zero; medesima considerazione vale per il fatto che accanto ad un corvo vi sia proprio una processione di megaliti, a rappresentare gli aculei della schiena dell’Idra, e un contenitore con un mestolo davanti per definire un cratere greco, per come esattamente visibile in cielo e riportato nelle leggende di Igino;

L.5 PROVE STORICHE

  1. il viaggio, raccontato da Bartolomeo di Neocastro, di Pietro III sull’Argimustu (è la prima volta che compare il nome del sito in un documento storico) è del 1282: tale prova testimonia dell’interesse dei regnanti aragonesi per l’area. Tale zona era abbastanza lontana dalla costa aggredibile via mare dalle truppe angioine. La conformazione orografica non era (e non è), però, ripida ma dolcemente degradante. Tanto consentiva di sorvegliare dall’alto delle montagne ogni movimento di truppe nemiche al fine di poterle fermare prima dell’avanzata verso l’interno dell’isola. Con sottile arguzia un giovane studioso ha recentemente sottolineato come il sopraccitato cronista non abbia fatto “curiosamente” alcun riferimento alla presenza di megaliti nella zona (G. Tropea “Argimusco e via Francigena in Sicilia: Contrada Argimusco, valico dei Nebrodi sul sito internet www.medioevosicilia.eu). Le ipotesi sono due: o il cronista era distratto o semplicemente non esistevano ancora i cosidetti “megaliti”;
  2. il documento diplomatico regio siglato e inviato dall’Argimusco da parte di Federico III e destinato al fratello Giacomo II re di Spagna è del 16 luglio 1308. Il fatto che un documento diplomatico di tale importanza partisse proprio dal sito dell’Argimusco attesta che la frequenza del re era sul luogo stanziale e non di passaggio;
  3. Federico III d’Aragona elesse il castello di Montalbano quale sua Regia Aedes ed i merli originari del castello erano ghibellini (il restauro è stato un vero scempio) a testimonianza della residenza continuativa nel castello del re ghibellino, Federico III, che, forse anche più di Federico II di Svevia, è stato in contrasto con la Chiesa romana;
  4. il Re Federico III d’Aragona possedeva le ingenti risorse necessarie alla realizzazione dei lavori dell’Argimusco. Altri re o grandi casate nobiliari dotati delle risorse finanziarie bastevoli alla grande impresa dell’Argimusco non sono rintracciabili nell’area di Montalbano o nei comuni attigui in nessuna epoca storica;
  5. è provato che Federico III nel mese di luglio 1308 soggiornò sull’Argimusco e che per l’intero mese di settembre 1308 risiedette a Montalbano. Nel 1310 è anche provato che transitò da Montalbano per andare a Randazzo. Arnau de Vilanova medico di Federico III d’Aragona, secondo il Mongitore rimase la maggior parte del tempo ospite della Corte di Montalbano: “Matthaeus Silvagius de tribus Peregrinis tradit Montem Albanum, Siciliae oppidum, patria, Arnaldi philosophi & Medici peritissimi extitiffe: in eodem oppido eius corpus sepulcrum conditum addit. Ibiden sepultum prodit Fazellus“ in Biblioteca sicula, sive De scriptoribus siculis, 1707-1714 (2 Vol.) di Antonino Mongitore. Sui luoghi Arnau curava il re in applicazione delle prescrizioni mediche del diffusissimo testo del Secretum Secretorum, sulla cura del corpo dei regnanti;
  6. Il metodico utilizzo dell’astrologia da parte dei regnanti della corona di Aragona nelle applicazioni politico-militari o mediche è oggetto di crescente attenzione da parte degli studiosi. Il rapporto costante della corona con medici astrologhi e alchimisti come Arnau de Vilanova e Raimondo Lullo ne è la riprova. Arnau de Vilanova, prima della residenza in Sicilia, aveva già ricevuto da Pietro I la concessione di un castello e un assegno vitalizio per i suoi servizi alla Corona (per l’interesse dei regnanti aragonesi per l’astrologia cfr. A Kingdom of Stargazers: Astrology and Authority in the late Medieval Crown of Aragon di Michael E. Ryan 2011). L’interesse della Corte per le applicazioni mediche e politico militari dell’astrologia corroborano la probabile committenza dello Specchio delle Stelle di Argimusco per la salute della famiglia reale rispetto alle incombenti tribolazioni profetizzate da Arnau de Vilanova per il 1311 e all’apocalisse prevista per il 1368 (di fatto la Peste nera sconvolse l’Europa non negli anni profetizzati da Arnau, 1311, ma poco dopo nel 1347-1350);
  7. Tommaso Fazello scriveva nel 1558 nel De Rebus Siculis Decades Duae: “Mons Albanus, in sacello arcis ab omnibus visitur”. Egli scriveva duecentoquaranta anni dopo la morte di Arnau de Vilanova (1311): né vicino né però troppo lontano dall’epoca di Arnau. Visto che Arnau si recava ad Avignone per conto del re Federico, è, secondo noi, probabile che l’equipaggio della nave abbia, prima recuperato la salma del prezioso ospite annegato nel naufragio, e, dopo, riportati a corte i resti mortali, che essi siano stati sepolti nella cappella/tricora del castello. Un’indicazione della correttezza dell’indicazione del sarcofago come quello di Arnau sta nel frammento di affresco situato nell’archetto di raccordo sull’angolo ovest della cappella raffigurante un vangelo scritto con caratteri del tipo giudeo/arabo. Atteso che Arnau per sua stessa ammissione parlava sia l’arabo che l’ebraico è probabile che egli fosse il destinatario della cappella costruita addossata al castello, forse, appositamente per lui dopo la sua morte anche in omaggio alle sue raccomandazioni sulla evangelizzazione e conversione degli arabi e dei giudei. Un altro elemento probatorio sta nel fatto che alcuni testimoni locali attestano che, al momento del ritrovamento, il sarcofago dissotterrato nella cappella/tricora del castello, conteneva ossa poi trasportate al cimitero comunale: forse si trattava dei resti di Arnau de Vilanova, per come indica la tradizione e il Fazello. Uguale fine pare abbiano fatto, secondo la tradizione orale locale, delle lamine metalliche in bronzo contenenti ricette mediche scritte da Arnau e presenti nella tricora: pare siano state fuse, per farne dei proiettili, dai gesuiti insediatisi nel castello a partire dal 1805;
  8. contestualmente alla presenza del Re e del suo medico Arnau a Montalbano e sull’Argimusco, erano insistenti nelle immediate vicinanze vari cantieri edili: quelli per il Castellaccio (a C.da Polverello), per la torre/fondaco dirimpetto all’Argimusco, quello per l’ampliamento del Castello (all’epoca dotato anche di torri oggi scomparse), quello per la chiesa di S.Spirito e quello per la Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria, quest’ultima chiesetta posta accanto al Castello. Erano, infatti, necessari cantieri molto dotati per i lavori di sollevamento e lavorazione dei grandi conglomerati e delle pietre arenarie utilizzate sul sito. In nessun’altra epoca storica furono presenti tali cantieri nell’area;
  9. La Chiesa di Santa Caterina d’Alessandria riporta sul campanile l’iscrizione del 1344, mentre secondo noi è stata realizzata nel 1310 in contemporanea con la costruzione della gemella Chiesa dello Spirito Santo. Essa è orientata proprio verso l’Argimusco a sud (e non verso est come si usava all’epoca). La Chiesa singolarmente conserva un merlo (addirittura!) ghibellino e non ha nell’arco del portale alcuna chiave di volta. Nel portale si distingue, inoltre, una rosa simbolo dei coevi Fedeli d’Amore (nella Chiesa di Spirito Santo sono presenti due rose nella finestrella sopra il portale), cui apparteneva tra gli altri Dante Alighieri, e poi dei Rosacroce (secondo Gottfried Arnold lo era lo stesso Arnau). Santa Caterina d’Alessandria era la santa patrona degli alchimisti: non è, dunque, un caso che accanto alla chiesa ad Ella dedicata fosse stato sepolto, secondo il Fazello, il più famoso alchimista e medico europeo, Arnau de Vilanova. A questo proposito vale segnalare che è provato che Arnau de Vilanova fosse al seguito di Federico III nel 1310, e dunque, presente a Montalbano. La chiesa dedicata alla patrona degli alchimisti venne, pertanto, realizzata davanti al medico-alchimista Arnau;
  10. la figura di donna orante (rappresentante la Costellazione della Vergine) non ha un bambino in braccio, come nell’iconografia della dea Iside (Horus) o della Madonna né la figura reca un porcellino tra le mani, come la dea greca Demetra. La figura della Vergine è stata prodotta, verosimilmente, in epoca medievale poiché la figura ha un copricapo, una veste ed è in preghiera come una suora. Tale raffigurazione è assolutamente conforme alla opinione di Arnau sulla santità femminile. Tale visione è riscontrabile nei consigli di etica e moralità francescana dati alla Regina Eleonora d’Angiò nell’opera “Informació espiritual per al rei Frederic”. E’ verosimile che la figura della costellazione della Vergine sia anche omaggio di Arnau alla sua discepola Eleonora d’Angiò. Eleonora ricambiò regalandogli un tabernacolo di legno inventariato tra i beni di Arnau al n.191 e costruendo le Chiese di Spirito Santo e di Santa Caterina d’Alessandria, quest’ultima dedicata alla patrona degli alchimisti.
  11. Arnau aveva annunciato grandi stragi e calamità entro tre anni dalla redazione del testo Interpretatio facta… del 1308 (ovvero entro il 1311). Il servizio reso da Arnau alla Casa Reale era stato pertanto la progettazione e direzione lavori della “grande opera” (Magnus Opus) da lui proposta alla Casata e affidata a lui – tramite una concessione progettazione lavori sull’area demaniale regia di Malabotta – per la realizzazione dello Speculum Astrorum sull’Argimusco, per conto e a spese della Camera Reginale. Il progetto di Arnau era quello di creare un talismano di pietra, uno speculum medicine, al fine della cura del corpo del re e della salute della famiglia reale nell’imminenza dell’annunciata catastrofe. Arnau de Vilanova era già concessionario della Corona d’Aragona per via della concessione datagli sul castello di Otter.
  12. La figura della Vergine in preghiera ha le mani giunte con le dita intrecciate all’altezza del petto. Nell’antichità pregare con le dita intrecciate, in Italia come in Sicilia, era vietato sia durante l’epoca greca che durante l’epoca romana. Si intrecciavano le dita in India e in Mesopotamia. Solo il cristianesimo portò la tradizione orientale della preghiera a mani giunte e intrecciate, usanza considerata anzi prima di malaugurio in occidente. Pregare con le mani giunte e le dita intrecciate era, infatti, assolutamente vietato nel rito religioso romano.
  13. la civetta sita all’ingresso del sito è simbolo della conoscenza dell’occulto della Dea romana Minerva: tale simbolo è stato poi continuamente riprodotto nelle varie simbologie alchemiche (Vedi il testo De Emblemata);
  14. i libri di Igino “De Astronomia” e le “Fabulae” sono del II/III secolo dopo Cristo e sono tornati di gran voga in epoca tardo medievale. Essi sono stati l’ispirazione dei collegamenti simbolico/mitologici tra i megaliti del pianoro: si vedano, in proposito, le leggende greco/romane che collegano la costellazione del Cigno e quella dell’Aquila, quella del Dardo di Cupido con l’Aquila, quella di Asclepio (o Serpentario) con quella del Corvo ed, infine, quella del Corvo con quella dell’Idra e del Cratere. L’Argimusco riproduce i miti astrali in una sorta di grande teatro stellare all’aperto;
  15. nella parte posteriore, rivolta ad ovest, del megalite dell’Aquila è visibile una faccia umana: come spiegato nei ns. precedenti saggi, trattasi di Giove colto nell’atto della trasformazione in Aquila (si veda in proposito l’Iliade di Omero (X, 265-267), le Metamorfosi di Ovidio (X, 148-161) e Eneide di Virgilio, V, 249-255, etc.). Nessun’altra cultura precedente a quella greco romana associa l’Aquila ad un essere umano. L’Aquila è connessa a Giove anche nel mito di Prometeo e nel mito della lotta tra Saturno e i suoi figli;
  16. Un’immagine raffigurante la costellazione dell’Aquila e presente nel testo arabo di magia astrale Liber locis stellarum fixarum di Al Sufi del 964 (manoscritto del quindicesimo secolo in deposito presso la ForschungBibliothek di Gotha in Germania Pergamenthandschrift M II 141, una delle numerose edizioni del Liber locis stellarum fixarum che Al Sufi scrisse nel 964 per tradurre dal greco l’Almagesto di Tolomeo) corrisponde perfettamente al megalite dell’Argimusco tanto per la posizione del becco rivolto verso destra quanto per l’apertura delle ali rialzate come nel momento di spiccare il volo. Questo elemento, unito a quello sopraccitato relativo al mito di Giove trasformatosi in Aquila, confermerebbe che il modello utilizzato dagli autori del megalite era probabilmente il sopraccitato libro e che, dunque, il megalite è coevo o successivo almeno al 1000 d.C.;
  17. le tecniche per la riproduzione dell’immagine degli astri in “sigilli o statue” per fini medici (spiegate in alcune opere arabe medievali, nel Picatrix, nel De Imaginibus del sabeo Thebit Ibn Qurra e nel De Radiis Stellicis di Al-Kindi, etc.) fecero abbondante riferimento ai miti astrali dello scrittore romano Igino. Enormi statue di pietra (i megaliti) vennero poi issati sull’ Argimusco da Arnau de Vilanova, grande ammiratore delle opere di Al-Kindi e del sapere astrale sabeo;
  18. i testi medici arabi sulle virtù delle immagini (statue) di pietra riproducenti le costellazioni e sull’influenza dei raggi stellari sulle stesse immagini, vennero tutti tradotti in latino alla corte di Alfonso X il Saggio re di Castiglia nel 1250 e da lì portati in Sicilia dai sovrani aragonesi oltre che dal medico catalano Arnau de Vilanova;
  19. Arnau venne in contatto con le idee di Al-Kindi sulla relazione tra stelle, raggi e immagini in stile sabeo durante la sua attività accademica a Montpellier e lo citò spesso nei suoi libri. Arnau de Vilanova nelle sue opere parlò diffusamente delle costellazioni e dei corrispondenti sigilli o immagini che le ritraggono al fine di applicazioni di medicina astrale (melotesia). All’epoca, nel contesto culturale arabo ispanico, era in gran voga la medicina astrale. Essa si basava su applicazioni di erbe e altri preparati fatte in connessione con le fasi lunari e sull’influenza dei raggi stellari su statue di pietra (o su sigilli) riproducenti i simboli delle varie costellazioni;
  20. in parallelo con le statue sabee utilizzate da Arnau sulla base dell’insegnamento di Thebit Ibn Qurra e Al Kindi, è giunta a noi una tradizione orale secondo la quale Arnau de Vilanova avrebbe realizzato “statue favellatrici” (vedasi Arturo Graf, in Miti , superstizioni e leggende, II, 24 sg, 1893 e Giornale storico della letteratura italiana, XXVII, fase. 79. 2 – 1896). Forse, gli echi naturali presenti sul sito e sentiti nel contesto delle preghiere, canti e invocazioni raccomandate da Arnau per la preparazione dei sigilli delle costellazioni (nell’opera De Sigillis), avrebbero potuto determinare la leggenda delle “statue parlanti”;
  21. Ramon Muntaner portò due falconi in regalo a Federico III nel luglio del 1312 (“…quel senyor rey era a Montalba en un lloch que ell esta volenters destiu, e aço era en iuliol; e yo ane lla e done los dos falcons al senyor rey…”). Trattavasi dei falconi con cui Federico III andava a caccia nella riserva di caccia reale del Bosco di Malabotta. Nella riserva era compreso l’Argimustus in cui Arnau realizzò le opere fisiche (megaliti/statue) dello speculum delle stelle grazie alle risorse della Camera Reginale oggetto della concessione. L’area era demaniale per gli effetti di un documento, dotato di epistola di ratifica da parte di Papa Innocenzo III del 17 giugno 1211, che attesta che “Montalbano con tutti casali e tenimenti suoi”, per disposizione di Federico II di Svevia, era entrato a far parte del “dodario” (la dote) della moglie Costanza d’Aragona e, come tale, apparteneva al demanio regio.
  22. Di sestanti di pietra, come quelli dell’Argimusco, non esiste alcuna prova nei periodi precedenti all’epoca storica. I sestanti di pietra erano, invece, una sorta di specialità per gli astronomi medievali arabi. A loro viene attribuita l’invenzione e la sperimentazione di tali strumenti per la prima volta nella storia. Il primo sestante di pietra conosciuto venne costruito a Ray, in Iran, da Abu-Mahmud al-Khujandi nel 994. Lo strumento aveva un arco di 60 gradi su un muro allineato lungo un arco meridiano sulla linea nord sud. Il sestante sull’Argimusco ha un angolo di curvatura di 60°. Inoltre il sestante dell’Argimusco è di pietra come quello di al-Khujandi ed è perfettamente allineato lungo la meridiana sulla linea nord sud. Al-Khujandi usò il suo strumento per misurare l’angolo del sole sull’orizzonte nei solstizi d’estate. L’utilizzo dell’Argimusco, anche per ragioni climatiche, era anch’esso legato al solstizio estivo, come il sestante di al-Fakhri. Le costellazioni riprodotte nei megaliti sono infatti esattamente quelle presenti sull’orizzonte al tramonto del solstizio estivo.
  23. le immagini della costellazioni ritratte nel Liber locis stellarum fixarum di Al Sufi del 964 e nelle varie edizioni successive (quì abbiamo utilizzato quelle del manoscritto del quindicesimo secolo in deposito presso la ForschungBibliothek di Gotha in Germania Pergamenthandschrift M II 141 Pergamenthandschrift M II 141) riproducono specularmente le immagini scolpite o ricavate nella roccia delle statue di Argimusco.
  24. il toponimo di “Stella Aragona, unico in Europa, è stato messo al quartiere Guardia di Malpasso ove andò a risiedere la Regina Eleonora d’Angiò nel 1337. Che il toponimo faccia riferimento ad Eleonora è confermato dall’usanza ancora viva di esporre stendardi con la scritta S e A (che starebbero per Stella Aragona) su colori giallo e blu (colori della casata Angioina cui apparteneva Eleonora). Non può essere un caso che Eleonora venga ancora ricordata nei luoghi ove abitò come una “stella”. Se teniamo a mente la vasta letteratura in materia di medicina astrologica del Maestro Arnau de Vilanova, il forte rapporto di questi con Eleonora e con suo marito presso la cui Corte di Montalbano andò a risiedere per alcuni anni, l’interesse per le stelle comune alla casata della Corona d’Aragona e gli altri indizi sopracennati, non può essere una coincidenza che si sia chiamata Eleonora “Stella dell’Aragona” e non, ad esempio, “Fiore dell’Aragona”. Il fatto che la regina sia ricordata, nel posto ove andò ad abitare, per una sua connessione con le stelle, è, dunque, indizio di una sua probabile committenza dell’opera dello Specchio delle Stelle.
  25. il 26 agosto 1311 dal Palacium reale di Montalbano il Re Federico ingiunse alla Camera Reginale del Val di Noto di pagare un exenium, ovvero un donativo coatto, per fini non specificati. Il tributo non venne pagato per una sorta di diserzione fiscale ante-litteram. A distanza di un anno e mezzo il Re dovette insistere per il pagamento prima con atto del 24 gennaio 1313, poi tenendo un colloquio generale nel Parlamento di Castrogiovanni nel giugno 1313 ed infine ancora con atto del 18 luglio 2013. Nel Parlamento dovette giustificare l’obolo imputandolo a motivi di guerra, nell’atto del 18 luglio spiegò che era stato imposto “habita compensationem ad quantitatem proinde alias terras et loca Sicilie contingentem” indicando, dunque, il trasferimento delle risorse siracusane ad altro luogo di Sicilia (Montalbano, da ove l’atto era stato emanato). Al fine di dare importanza al tributo, l’atto venne emanato dal Re in persona (e non dalla Regina sulla propria Camera Reginale) e venne nominato quale addetto alla riscossione il Maestro Razionale (tesoriere di corte) Enrico Rosso, e non un gabellano come di solito. Il Rosso era tra le personalità citate da Ramon Muntaner come presenti alla Corte di Montalbano durante le sue visite (1309 e 1312), ove è probabile che egli fosse anche il 26 agosto 1311, insieme a Arnau de Vilanova di cui è certa la presenza quel giorno a Montalbano. L’atto è l’indizio principale che attesta la provenienza delle risorse per la committenza regia dell’opera sul demanio reale di Argimustus, opera da realizzare secondo le tecniche medico-astrologiche descritte nell’opera di Arnau de Vilanova, del quale è sicura la presenza a Montalbano tra il 1309 e il 1311. La successiva insistenza del Re era probabilmente giustificata dall’imminente arrivo in Sicilia (agosto 1313) dell’altro alchimista astrologo catalano Raimondo Lullo, forse chiamato per completare l’opera di Arnau. Che quelle ingenti risorse siano servite ad altro che non l’Argimusco, è da escludere. Non si ha motivo di dubitarne se consideriamo il clima di urgenza causato dall’attesa apocalittica, la contemporanea presenza a corte di uno dei personaggi religiosi e culturali tra i più famosi e controversi del Medioevo autore delle profezie, la riproduzione sull’attiguo sito demaniale reale dei simboli culturali e degli strumenti per le tecniche mediche praticate da Arnau de Vilanova e il fatto che, infine, l’allargamento del castello era stato certamente concluso prima del 1309 data dell’arrivo al Palacium di Ramon Muntaner. Altra grande opera coeva non risulta nei dintorni: le due piccole chiesette di Santa Caterina e Spirito Santo erano state fatte nel 1310 e comunque con la somma del tributo se ne sarebbero potute costruire varie decine di quelle chiesette.
  26. l’alchimista napoletano Giovan Battista della Porta era stato tra il 1558 e il 1579 più volte in Sicilia (non sappiamo dove). Nel suo libro De Distillatione del 1608 appaiono l’uno a fianco all’altro due pellicani: uno è l’uccello che, come nell’iconografia cristiana medievale, si morde il petto, l’altro è l’alambicco con la pancia e i manici curvati. Essi sono la perfetta riproduzione dei due megaliti del pellicano e dell’alambicco presenti all’ingresso del sito. Il Della Porta si proclamava nei suoi libri “discepolo di Arnau de Vilanova”, come confermano il Martuscelli e il Caillet. La sua prima visita in Sicilia è del 1558. Nello stesso anno, 1558, il Fazello scriveva del sepolcro di Arnau nel castello di Montalbano dicendo “Nobilitatur Raynaldi Villanovae medici & mathematici clarissimi sepulcro: quod in sacello arcis ab omnibus visitur”. Nell’anno 1558 il suo sepolcro era, dunque, visitato ab omnibus, e forse anche da Della Porta.
  27. Il primo inquisitore del regno, il vescovo di Patti, Don Bartholomeo Sebastian, nel 1555 torturava le streghe Antonia Napoletano, Giovanella detta la lunga, Grazula Curuli, Mariana la greca, Catarinella de Batello e la napoletana Vitella Pellegrino. Probabilmente, le sopraccitate avevano frequentato il sito visto la notorietà del luogo quale luogo di stregonerie: il fatto che ad inquisirle fosse il vescovo di Patti, avente competenza territoriale su Montalbano, potrebbe supportare tale ipotesi. Un ulteriore coincidenza è, nel libro “Magiae naturalis sive de miraculis rerum naturalium” sempre dello stesso fatidico anno, il 1558, ove il Della Porta parla delle streghe e di un unguento che doveva essere spalmato sulla pelle per consentire la levitazione del sabba. E’ dunque verosimile che il Della Porta nel 1558 sia venuto in Sicilia sui luoghi ove aveva vissuto il suo maestro al fine di visitare il sepolcro e l’Argimusco di cui riportò le immagini di due megaliti nel testo del 1608. Ed è anche verosimile che ivi incontrò delle streghe di cui parlò nel testo sopraccitato dello stesso anno.
  28. il sonetto Carlo V scritto nel 1659 dal poeta italiano Francesco Maria Santinell narra di un tale Argio che un giorno vide una statua di un Pellicano,(“a divorarsi il cor mostrasi intento”), e una statua della Fenice (ovvero l’Aquila) rivolta al sole. Queste statue erano poste in un luogo in tutto simile all’Argimusco, su un rilievo immerso nelle foreste, (“…signoreggia da un colle alta foresta…”) e vicino ad un “illustre castello”. Il creatore e guardiano della statue era Arnau de Vilanova. Giacchè è noto che il Santinelli apparteneva al cenacolo alchemico romano di Cristina di Svezia non è improbabile che vi sia lì giunta una tradizione orale sui luoghi e statue realizzate da Arnau in Sicilia.

L.6 PROVE NELLA LETTERATURA DELL’EPOCA SULLA MEDICINA ASTROLOGICA

  1. Arnoldus Saxo nel testo “Liber de coloribus gemmarum”, contenuto nel “Liber de Floridus”, nel XIII secolo in questo modo indicava quali virtù fossero contenute nel sigillo raffigurante la costellazione del Cigno: “Si inveneris in quo sit Signum (Sc. Cygnum) quod preest Aquario, ille lapis procul dubio te liberabit a paralisi et a febre quartana”. (Arnoldus Liber Floridus 19)”. Il megalite raffigurante la costellazione del Cigno è presente sull’Argimusco;
  2. Arnoldus Saxo nel testo “Liber de coloribus gemmarum”, contenuto nel Liber de Floridus, nel XIII secolo così indicava le virtù del sigillo raffigurante la costellazione del Serpentario: “Si inveneris serpentarium habentem serpentem cinctum, cuius manus dextra caput tenet, cum sinistra caudam, talis gestatus liberat hominem a veneno vel etiam bibitus ante cibum vel post”. Camillo Leonardi nel 1502, nel suo Speculum Lapidum invece diceva “Est hominis figura habentis serpentem cinctum, tenentis in dextra caput & in sinistra caudam. Est in signo scorpionis & in septentrione, naturam habet Saturnis ac Martis. Virtus eius si in lapide sculptus est, valere contra venena, velenosorum animalium mrsus curare: & si sotura eius bibatur facit venenum evomere sine lesione aliqua”. Il megalite raffigurante la costellazione del Serpentario è presente sull’Argimusco;
  3. sempre Arnoldus Saxo nel XIII secolo così diceva delle virtù del sigillo raffigurante la costellazione dell’Aquila: “Si inveneris in quo sit Aquila qui preest Capricorno, ille lapis conservabit veteres honores et novos acquiret” (Arnoldus Liber Floridus 21)” mentre Camillo Leonardi nel 1502 diceva: “Aquila sive vultur cadens est imago aquilae volantis cum sagitta sub pedibus, in candro et in septentrionali parte collocatur. Jovis ac Martis naturae est. Sed Sagitta martis ad veneris: hae constellatione sum in lapide sculpta erunt, aut una ipsarum gestantis veteres honores conservat, ad novos acquirere facit, & ad victoriam conferre dicunt”. Il megalite raffigurante la costellazione dell’Aquila è presente sull’Argimusco;
  4. Arnoldus Saxo così raccontava le virtù del sigillo raffigurante la costellazione dell’Hydra: “Si inveneris lapidem in quo sit serpens habens urnam super dorsum et corvum super caudam, qui hunc habuerit, omnibus habundavit bonis, erit astutum et providus cura signa. Hic lapis etiam creditur posse resistere omni nocivo. Hic enim habet cancrum sub quo mittit caput suum, et dirigit ipsum usque ad centaurum” (Liber Floridus 14). Il megalite raffigurante la costellazione del’Hydra è presente sull’Argimusco;
  5. sempre Arnoldus Saxo, nel XIII secolo, così indicava le virtù del sigillo raffigurante la costellazione della Vergine:”Si inveneris virginem insculptam habentem manus sitas ad modum crucis et extensas, intra angulum in capite et in cathedra sedens, hic lapis est solamen post laborem requies post infirmitatem, et in sanitate perfectissima custodit”, mentre nel 1502 Camillo Leonardi: “Virgo stolata cum veste profusa sculpta in jaspide, tenensque laurum in manu, gestantem potentem reddit, ac facile ab obminibus impetrantem, nec in aqua submergetur”. Il megalite raffigurante la costellazione della Vergine è presente sull’Argimusco;
  6. Arnoldus Saxo, nel XIII, secolo così diceva delle virtù del sigillo raffigurante la costellazione del Leone: “Si inveneris leonem, hic valet ferenti ipsum contra ydropisim et egritudinem frigoris”. Il megalite raffigurante la costellazione del Leone è presente sull’Argimusco.
  7. Camillo Leonardi nel suo Speculum Lapidum del 1502 così diceva della proprietà del sigillo riproducente la costellazione del corvo: “Corvus his cognitis vociferare incipiet: a longeque volabit ad hunc lapidem inveniendum: & invento ad nidum accedet: tactisque ovis ut cruda ac prolifica redibunt. Surripiatur lapis subito a nido. Cuius virtus est divitias augere, honores praebere ac multa futura praedicere”. Il megalite raffigurante la costellazione del Corvo è presente sull’Argimusco;

L.7 PROVE PRESENTI NELL’OPERA ARNALDIANA SULLA MEDICINA ASTROLOGICA

  1. nel De Sigillis Arnau esprime la convinzione che i sigilli astrali di pietra di Ariete e Bilancia possano proteggere dall’azione e dalle “insidie” dei demoni. Arnau dice che bisogna praticare i salassi dal giorno 18 al 24 del mese lunare, mese lunare calcolato sulla base delle tacche incise su alcuni megaliti;
  2. nell’Antidotarium Arnau parla poi di come realizzare un particolare sigillo di pietra non zodiacale ritraente la costellazione del Serpentario al fine di curare gli avvelenamenti causati da morsi di serpente. Come visto l’enorme sigillo megalitico del Serpentario (Ofiuco) è presente sul sito;
  3. nel De Sigillis Arnau così indica come preparare il sigillo della costellazione della Vergine. Il sigillo megalitico della Vergine è presente sull’Argimusco;
  4. Arnau curò i calcoli renali del Papa Bonifacio VIII con un sigillo d’oro con sopra inciso un segno del Leone, posto sul rene con una cintura: nelle opere Speculum Medicine, De Parte Operativa e nel De Sigillis parla delle cure con il sigillo di pietra del Leone. Il sigillo megalitico del leone anch’esso presente sull’Argimusco, accanto alle Vergine;
  5. In Aphorismi stravaganti Arnau consiglia di applicare un sigillo astrologico di pietra sui piedi per curare la gotta e la gotta di Federico III, secondo la tradizione, veniva da lui curata sull’Argimusco;
  6. nei libri Regimen Podagre e Regimen Sanitatis Arnau fornisce accurate istruzioni per fare certe terapie utilizzando l’astrolabio al fine del calcolo delle fasi Lunari per le erbe o medicamenti da somministrare e per la profezia sul decorso delle malattie o sulla morte del paziente, con la Sfera di Pitagora (una sorta di astrolabio utilizzato in connessione con il Sestante inciso nella pietra) nonchè raccomanda di evitare di fare salassi con la Luna in gemelli. Sull’Argimusco le tacche incise sui megaliti e il sestante arabo servivano, con la vasca per le sanguisughe etc, servivano per le terapie mediche astrali;
  7. nel Regimen Sanitatis Arnau osserva che i giorni per i salassi sono i giorni Lunari nei tre mesi di maggio, settembre e aprile classificandoli come “giorni dell’Hydra”. Anche qui vediamo un riferimento astronomico ovvero alla Luna e alla costellazione dell’Hydra anch’essa presente come sigillo megalitico sull’Argimusco;
  8. nel De Iudiciis Astronomia, Arnau dichiarava che la energia astrale o una congiunzione planetaria adeguata o la entrata di un segno zodiacale nell’ascendente, potevano aumentare il potere delle proprietà sanatorie dei “sigilli” di pietra, sull’Argimusco statue thebitiane di pietra. Arnau, ancora, nel testo De parte operativa dice di utilizzare sigilli di pietra astrali al fine della cura delle alienazioni mentali;
  9. nel De iudiciis astronomie, a proposito del rapporto tra immagini, pietre e stelle, riferendosi a Thebit, Arnau dice “Unde secundum Thebith ymagines unt habentes virtutes lapidum preciosorum mineralium nec ab aliquo habent virtutem nisi ab aspectu planetarum in tempore quo ariuntur. Cum materia illarum sit terrea quod apte unt vel metallea, id est tunc ex parte materie non potest multam acquirere virtutem, sed solum ex virtute celesti quet in tempore factionis eorum. Sic est de confectionibus quibuslibet a medicis compositis paulo minus habent virtutem a tempore confectionis, sed in illo comparatur melius quam ex parte materie ex qua componunt”;
  10. nel Defloratio Philosophorum, ritrovato all’interno del Codice Speciale (cosiddetto Manoscritto di Palermo), Arnau nell’incipit scrive “…defloraziones quorundam philosophorum sub compendio in alchimia cum quibusdam aliis ad artem ymaginum spectantibus” per poi proseguire “Post hec convertit animum suum philosophus et contemplatus est ea que articulis superiorum corporum habent ad inferiora influentiam et impressione assiduam. Et coniectavit quantum ymaginibus celi et earum ascendentibus quod esset omnis eficacia quam circa habitantes terram hunc fieri. Et dixit quod in faciebus signorum esset virtus maxima operandi omnia que homines desiderant et maxime in dominibus et gaudiis et triplicitatibus terreis vel terris, sive terrenis et eorum corructionibus hic et inde…”. Considerato che il codice è indiscutibilmente coevo o poco successivo all’epoca di Arnau (massimo 1350), il testo contraddice tutte le tesi degli ultimi anni che sottraggono ogni interesse alchemico al medico Arnau (tanto in difformità ai canoni della medicina dell’epoca profondamente intrisa di alchimia). Il codice, inoltre, lega indissolubilmente l’astrologia e l’uso delle immagini riproducenti le stelle (vedi sopra la citazione di Arnau su Thebit) all’alchimia. Quest’ultima veniva considerata “l’astrologia del sottotterra”;
  11. il pellicano che si becca il petto, simbolo del sacrificio cristico per i propri figli, presente all’ingresso del sito sulla sinistra, compare, tra altri simboli, nella sintesi dell’Opera illustrata alla f.92 del Rosarium philosophorum di Arnau de Vilanova. Tali simboli cristiani alchemici erano in voga presso i francescani spirituali, come l’alchimista francescano Giovanni da Rupescissa, cui lo stesso Arnau con entusiasmo aderiva;
  12. il Delta presente dietro il megalite della Vergine è un’altra delle prove della presenza di Arnau sull’Argimusco: tra i gradi templari vi erano, infatti, i “Cavalieri del Delta Sacro”. Loro compito “custodire con fedeltà il tesoro della sapienza tradizionale, sempre velandolo a coloro che non sappiano penetrare nel “terzo cielo”.  Dall’orfismo e dal pitagorismo sappiamo che il terzo cielo è quello di Venere (P.Negri Il linguaggio segreto dei Fedeli d’Amore, UR 1928). Il delta era il simbolo del Tetragrammaton ovvero il nome di Jahve (“יהוה”): Joth, Heth, Van (Vau), Heth. Di esso Arnau tratta estesamente nel suo libro Allocutio super significatione nominis Thetragrammaton. Arnau, nel testo, riduce le lettere del Thetragrammaton da quattro a tre (delta) per ricondurre il nome di Dio alla Trinità cristiana, seguendo anche l’insegnamento ebraico cui era stato introdotto dall’ebreo convertito Ramon Martì.

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Tanto sopra riportato, si impone la finale evidenza: non esiste alcuna prova scientifica sull’origine preistorica dei megaliti. La massa di evidenze (ben 56), impietosamente, attesta un origine di gran lunga più recente. Le prove convergono tutte su tre figure storiche oggi pressochè dimenticate: il grande Federico III d’Aragona, re di Sicilia, sua moglie Eleonora d’Angiò e il suo medico, Arnau de Vilanova, rispettivamente, finanziatori, i primi due, e ideatore, il terzo, del sito di medicina astrale dell’Argimusco.

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